Chi mi ha dato il nome?

Nelle ultime settimane ho sentito parlare spesso di Massimo Recalcati, così ieri sera ho voluto seguire la sua trasmissione TV, Lessico Famigliare su Rai 3. Ho trovato il suo punto di vista sulla funzione materna molto interessante, l’ho ascoltato con molta attenzione (ecco il video della puntata). Volevo prendere nota di molte delle sue frasi ma non sono riuscita, perché nel momento stesso in cui le sentivo volevo interiorizzarle per riflettere. Uno dei pensieri che mi è rimasto impresso è quello a proposito dell’eredità del figlio, che sarebbe l’essere stato desiderato, atteso e voluto dai suoi genitori.
Allora mi è venuta in mente la domanda che mi ha fatto mio figlio alcuni giorni fa: chi mi ha dato il nome?
 

Stare nelle domande

Stavo guidando quando mio figlio ancora con gli occhi stropicciati dal sonno mi ha fatto una di quelle domande, proprio una di quelle che alle 8 di mattina ti dici ma se ne riparlassimo tra qualche ora, magari dopo che mamma ha preso altri due o tre caffè?
Mentre rispondevo mi sono resa conto che ero felice di farlo:
Il nome te l’hanno dato le persone che si sono presi cura di te quando eri in ospedale. Quando la mamma che ti ha fatto nascere ha chiesto ai dottori di trovare per te una mamma e un papà per sempre, la cicogna è venuta a cercarci e intanto, i dottori, le dottoresse e le infermiere ti hanno coccolato.  Loro ti hanno dato il nome e quando lo abbiamo saputo ci è piaciuto tanto.

E voi volevate questo nome?

“Sì,  a noi è piaciuto dal primo momento. Sai cosa significa? Dono di Dio e non poteva essere più azzeccato”.
Dopo avergli spiegato cosa vuol dire azzeccato e dopo avergli detto il significato del mio nome, siamo entrati a scuola. Ha iniziato a correre e a gironzolare senza ascoltare nemmeno una delle parole che intanto gli dicevo per convincerlo ad indossare grembiulino e ciabattine. Poi, mi sono accovacciata alla sua altezza, l’ho guardato negli occhi e ho detto:
Sai, noi sceglieremmo te e il tuo nome mille e mille volte ancora.
I suoi occhi si sono accesi e ci siamo abbracciati, quindi è entrato in classe con il suo libro sotto braccio. Quella mattina aveva scelto di portare ai suoi compagni “A chi somiglio?” di Jin Yu.
La questione delle parole mi ha sempre impensierito, perché poi ci si interroga su quale sia quella giusta o quali pensieri può scatenare quella sbagliata, eppure, sto capendo giorno dopo giorno che il legame con mio figlio cresce nell’ascolto, nella libertà di potersi dire delle cose, anche solo con i gesti.

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