Che faccia ha la tua rabbia?


Un paio di giorni fa è capitato di nuovo. Un capriccio si è trasformato in collera. Un momento di rabbia esplosa, una tempesta di emozioni. Un’intensità che spiazza, che giunge all’improvviso a volte per un no che piace meno, a volte per quel capriccio che apparentemente sembra tale, ma che cela qualcosa di più importante. Spesso i bambini faticano a spiegare a parole il loro disagio e quindi lo manifestano con i loro comportamenti. Non sempre è facile da capire. E poi, capire è davvero la chiave giusta per aiutare un bambino a gestire le sue emozioni?

Con il passare del tempo ho compreso quanto sia più importante sentire che capire, così come il mantenere il “contatto mentale” durante i momenti di crisi.  Questo passo in avanti è frutto di importanti riflessioni fatte durante il percorso di post adozione Genitori si diventa. Inoltre, credo nel valore dello sperimentare e cercare la modalità più giusta, per accogliere le emozioni più forti. Questo per me significa mettersi sempre in discussione per trovare il canale di ascolto più efficace.

Sperimentare

Mio figlio è un bambino molto energico sempre, anche quando si arrabbia. Inoltre, ha una bella parlantina. Così nel continuare a cercare insieme il modo giusto per comunicare anche questi stati d’animo, gli abbiamo suggerito di fermarsi a braccia conserte ogni volta che si sente arrabbiato e di provare a spiegarci cosa succede. A volte riesce, a volte no.

Due giorni fa nel bel mezzo della tempesta, ho pensato a due libri sulle emozioni che ho letto, “Che rabbia!” di Mireille d’Allancé ( adatto nell’età dell’infanzia) e “Qualche volta si può. Superare le barriere e affrontare le emozioni con l’aiuto dei libri” di Monica Nobile e Marina Zulian ( per adulti), che nel capitolo Ascoltare parla di come aiutare i bambini ad esprimersi.

“Ho capito che sei tanto arrabbiato. Sediamoci qui. Che faccia ha la tua rabbia?” ho chiesto a mio figlio, dandogli il suo album e i colori. Così lui ha scelto la matita rossa e premendola sul foglio con gran foga ha fatto il suo disegno dicendomi: “Ecco mamma questa è la mia rabbia e l’ho intrappolata nel foglio”. Nel frattempo si era già un po’ calmato, così sono andata a prendere una piccola scatola e gli ho detto “Quando ti senti meglio puoi metterla qui” e dopo qualche istante, usando le stesse parole del libro “Che rabbia!” ( che abbiamo letto insieme numerose volte) e mettendo il foglio ripiegato dentro la scatola ha detto “Forza, su dentro la scatola, e non muoverti più”.

In tutto questo cosa c’entra l’adozione?

Forse proprio nulla, perché i momenti di collera li hanno tutti i bambini, adottati e non. Però, recentemente, una psicologa con cui ho fatto quattro chiacchiere mi ha fatto notare come può essere vissuto il no dai bambini adottati ( anche se molto piccoli) e di quanto sia importante far seguire a quel no, un po’ di tempo da trascorrere insieme a nostro figlio, affinché non si senta mai rifiutato e messo da parte. Per diversi giorni ho pensato a questo aspetto e a cosa accade ogni volta che l’arrabbiatura si smorza, così come al corpo, che travolto da tanto impeto, si abbandona. A quel punto il piccolo mi si stringe in braccio, senza mollare la presa, con le sue mani tra i miei capelli e la sua guancia a contatto con la mia. Ci abbracciamo. Poi, capita come l’ultima volta in cui mi ha detto: “Mamma voglio abbracciarti per stare al caldo, perché prima quando ero arrabbiato avevo freddo”. E nel frattempo io provo un senso di svuotamento, a volte senza ricordare il motivo che ha scatenato tutto quel caos e con una domanda sempre aperta “Avrò agito bene?”. Non è sempre facile, né mentalmente né fisicamente.

Empatia

Nell’articolo “Voce del verbo crescere avevo scritto:

Ho imparato a rallentare per migliorarmi nella relazione con mio figlio, a riconoscergli il tempo e a darne un po’ anche a me stessa.

Sono felice di costruire giorno dopo giorno un rapporto sempre un po’ più empatico con il mio piccolo ometto. E poi, quando capita di arrabbiarmi, me ne pento perché so che avrei potuto fare di meglio. Per fortuna, non è mai troppo tardi.

Ascoltarsi e ascoltare, costruire e ricostruire: il viaggio continua!

Libri che parlano di emozioni

Oltre ai libri di cui ti ho parlato, ne abbiamo un altro per noi molto importante. “Ti voglio bene anche se…” di Debi Gliori. Disegni e testo molto belli, semplici e significativi per dire al nostro bambino che ci siamo e che l’amore resiste sempre.

Ma l’amore si consuma? Se si scolla, si riattacca? Se si rompe, se si strappa poi si aggiusta, si rattoppa?”

Dice Maxi:”Non lo so. Quel che penso io però è che sempre ti amerò”.

Conoscersi e appartenersi, credo significhi anche affrontare queste piccole salite. Insieme, dentro e fuori la tempesta.

 

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