In coppia, strada facendo

Questo articolo nasce da una delle chiacchierate che ho avuto di recente con la mia amica Heidi Heilegger, parlando della vita di coppia dopo l’arrivo dei figli.

Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai. Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai.

Ogni volta che mi capita di ascoltare questo passaggio della canzone di De Gregori, inevitabilmente lo associo a me e a Deca. È così che ci immagino, liberi come lupi di mare, capaci di sognare sogni solo nostri, di coltivare progetti in autonomia, eppure indissolubilmente legati dalle esperienze condivise, da uno sguardo che ovunque ci conducano venti e correnti ci permetterà sempre di riconoscerci come due animali dello stesso branco.
Da quando stiamo insieme – sono ormai vent’anni – mi preoccupo costantemente del fatto che la nostra continui ad essere una scelta, che ciò che inevitabilmente si è fatto abitudine non cessi di essere scoperta ed il ripetersi dei gesti non ne offuschi la bellezza né intacchi il piacere. Sai, Sara, se c’è una cosa che mi spaventa della vita di coppia è proprio questa, che inghiottiti dai mille impegni del quotidiano, sfiancati dalle responsabilità, si smarrisca il senso dello stare insieme.

A proposito dello stare insieme, io ricordo quella sera che dopo aver finito di cenare in una pizzeria in riva al Po, Alex ed io ci siamo guardati e ci siamo detti: <<Siamo stati proprio bravi, abbiamo passato una serata insieme da soli e senza parlare di Mattia>>. In quel momento ci era venuto in mente di quando – ad uno degli incontri del percorso post adozione di Genitori si diventa a cui avevamo partecipato- lo psicologo che conduceva il gruppo, ci aveva parlato di quanto fosse importante che la coppia si dedicasse del tempo come faceva prima dell’arrivo del figlio.

Mi viene anche in mente la domanda che ci aveva fatto la psicologa dell’equipe adozioni all’inizio del percorso: <<Che coppie erano i vostri genitori?>>. In quel momento non avevo pienamente compreso il senso di quell’interrogativo, anzi mi ero chiesta perché mai ci avesse fatto quella domanda. Con il tempo – invece – mi sono resa conto che un legame c’è. Si parla di modelli educativi genitoriali che le persone portano nel proprio bagaglio di crescita e che – diventando genitore – si ritrovano a riproporre, a stravolgere anche, a rivivere in qualche modo in quel delicato passaggio in cui si rientra in contatto con il figlio chi è stati e che si è, per fare spazio al genitore che si è diventati. Mi chiedo allora quanto incide l’idea di coppia che ci siamo fatti attraverso i nostri genitori sulla nostra vita a due? E quale immagine stiamo trasmettendo noi genitori a nostro figlio?

Posso dirti che all’inizio, quando Anand è entrato nelle nostre vite e dal mattino alla sera ci siamo ritrovati genitori di un bambino di sei anni che non parlava neppure la nostra stessa lingua, il ruolo genitoriale ci ha completamente assorbito. Credo sia stato giusto e naturale. Anche se sulla carta eravamo già una famiglia, nella realtà non lo eravamo ancora. Dovevamo costruire dei riti, imparare il nostro personale esperanto, inventarci una nuova normalità. Ti confesso, però, che  nonostante questo non ho mai smesso di pensare a Deca come al mio compagno. Semplicemente, in via incidentale, era diventato anche il padre di mio figlio ed insieme condividevamo (e tuttora condividiamo) l’esperienza pazzesca che è crescere un altro essere umano.

Sai, Heidi, dopo che Ale ed io siamo diventati genitori, non è stato così immediato riconoscersi del tempo come coppia, nutrendo cosi anche quella relazione d’amore diventata intanto nido per la nostra famiglia. Quando si diventa mamma e papà – come hai detto tu – ci si ritrova assorbiti dal ruolo genitoriale e con una quotidianità scandita da ritmi diversi e con un nuovo equilibrio da costruire. Poi, però, strada facendo, ci si rende conto che considerare i figli come “il centro” non fa bene nè al bambino, nè ai genitori, i quali è giusto che ritrovino un proprio spazio seppur trasformato. Insomma, credo proprio che ai bambini faccia bene respirare l’amore dei propri genitori, in quello stesso cerchio affettivo di cui si sente parte.

Prima che la pandemia travolgesse le nostre vite, noi ogni tanto ci regalavamo un fine settimana fuori porta, un pomeriggio in un centro benessere, una sera a teatro o una cena innaffiata da vino, chiacchiere nostalgiche e tenerezze da fidanzati. Anand non ha mai vissuto questi nostri momenti con insofferenza o gelosia, istintivamente ha sempre avvertito che la forza della nostra famiglia sta anche nella qualità ed intensità del legame che mi unisce a suo padre. Certo adesso che ci ritroviamo, nostro malgrado, a vivere tra le mura domestiche molto più di quanto avremmo mai potuto immaginare, che il Covid ha cancellato la possibilità di viaggi, cene, cinema e teatri, trovare spazio e tempo per la coppia è diventato molto più difficile. La scorsa primavera ero annichilita dalla rapidità con cui la pandemia aveva sconvolto le nostre vite, provare a ritagliarsi degli scampoli di bellezza mi sembrava riflettesse un’audacia indecente ed irrispettosa della ferita inferta al mondo. Per proteggerci vicendevolmente ci è stato chiesto di fermarci, di inibire pulsioni vitali come muoverci, toccarci, abbracciarci. Coltivare l’attenzione per l’altro, assecondare il desiderio, non restare sordi ai bisogni del corpo – non riducibili alla sola sessualità – mi è sembrato all’inizio il segno di un egoismo quasi puerile. Oggi, invece, credo sia questione di sopravvivenza: tutelare la salute fisica è sacrosanto, ma per riuscire ad abitare questo tempo sospeso dove l’idea stessa di futuro è scomparsa dall’orizzonte, occorre recuperare un pizzico di leggerezza, persino di follia. Non sempre è stato facile, a volte, e so bene che può suonare quasi come un paradosso, mi sono dovuta imporre di uscire da un cortocircuito di pensieri ansiogeni che mi avrebbero indotto a chiudermi in me stessa. Così, quando Anand è a letto, ci capita di accenderci il camino e versarci una dose generosa di quel vino che tenevamo in serbo per un’occasione speciale. L’ epilogo non è sempre romantico come suggerirebbero le premesse, a volte in effetti lo è,  altre la stanchezza, che è anche stanchezza emotiva, ha la meglio e ci addormentiamo sul divano. Ma in questo momento è importante anche solo continuare a pensarsi come coppia, non rinunciare ai gesti di tenerezza, alle piccole attenzioni. Improvvisare un ballo, lasciare un biglietto sotto alla tazza della colazione, bisbigliare al buio sotto alle coperte come due adolescenti (per non svegliare il figlio invece dei genitori). Ti confesso che una sera mi sono persino vestita e truccata come se dovessi uscire a cena, ma dove vai mamma, mi ha detto Anand perplesso, ma non troppo preoccupato chè alle mie piccole eccentricità è abituato. Mi faccio bella per papà, gli ho risposto. Era il mio modo per dire a Deca che, al di là delle fatiche e degli anni, sono ancora la sua ragazza.

Mentre mi racconti tutto questo, mi viene in mente a proposito di quotidianità quanto è cambiata nell’ultimo anno sia nella dimensione familiare che nella vita di coppia. Ricordo quando a inizio pandemia – era marzo 2020 – Alex ha iniziato a lavorare in smart working e io gli ho detto che sarebbe stato importante trovare degli spazi individuali. Non avevo pensato a noi come coppia. In quel momento mi era sembrato importante prendersi cura dell’equilibrio di ciascuno di noi e del nucleo familiare. Inghiottiti da un routine che non era la nostra, si è dovuto ricostruire un equilibrio in una vita tra le quattro mura di casa ( e il giardino). Non è stato facile. Ricordo che la sera ero l’ultima ad addormentarsi; i ritmi erano totalmente sfalsati e gli animi poco distesi. Poi, una sera, dopo le prime settimane di lockdown, con Alex decidemmo di iniziare a guardarci una delle tante Serie su Netflix, The 100, cominciando a farci una scorpacciata di puntate, una sera dopo l’altra. Era il nostro appuntamento serale, uno accanto all’altro a goderci qualche ora solo nostra, accoccolati sul divano, magari con uno sfizioso spuntino di mezzanotte.

Mi viene anche in mente la colazione che facciamo insieme ogni mattina. Infatti, durante la settimana, ci svegliamo sempre un po’ prima di Mattia, concedendoci qualche parola e magari il racconto di quel sogno che ci ha cullato – o turbato – durante la notte. Pur essendo una manciata di minuti, li ho sempre trovati preziosi per iniziare la giornata insieme, proprio come gli ultimi prima di addormentarci quando, dopo i primi attimi di silenzio, chiedo ad Ale: <<Stai già dormendo?>> e lui risponde: <<Non ancora!>> e io:<<Parliamo ancora un po’?>>. 

Insomma, credo che ciò che conta per davvero sia nutrire lo stare insieme con piccoli riti, risate, chiacchierate e un po’ di quel tempo lento in cui ritrovarsi, guardarsi negli occhi e cullare progetti nuovi insieme o semplicemente prendere i pensieri più faticosi uno alla volta, sapendo che l’altro è al tuo fianco e che in un orecchio ti bisbiglia <<Andrà tutto bene>>.

Poi, c’è quell’abbraccio improvviso mentre ci si prende il caffè insieme dopo pranzo, mentre Mattia gioca. Lui ci guarda, sorride e chiama Juhi – il cane – per stringerci in uno dei nostri abbracci di famiglia dove l’amore si moltiplica e la coppia continua a vivere.

(Testo scritto da Heidi Heilegger e Sara Leo)

Heidi ed io amiamo scrivere e scegliere le parole con cura, così abbiamo scelto di dare forma ai nostri pensieri e di farlo insieme in queste pagine. Puoi leggere anche il nostro dialogo dal titolo “Vite in movimento: imparare a lasciare andare per godersi il presente e guardare al futuro” e scoprire quante sfumature di bellezza e profondità ha la vita, sulla pagina Facebook di Heidi, “Ad un secondo sguardo“.

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