Incroci di vite

Sabato ero a Palermo per presentare il libro “Su mamma, prendimi in braccio” e mentre, ero all’aeroporto per rientrare a casa, ho assistito ad una scena che ha smosso pensieri.

Ero al controllo sicurezza e davanti a me c’era un ragazzo. Aveva circa 20 anni, con il suo zaino un po’ malconcio, capelli castani con le punte bionde, pelle scura e un paio di occhi come due puntine attraverso cui passava, profondo, il suo sguardo. Aspettavamo il nostro turno per passare il controllo al metal detector; entrambi eravamo pronti a scaricare le tasche, lo zaino, la borsa, la giacca nei contenitori poggiati sul rullo.

Chiudo gli occhi e rivedo la scena.

Attimi

Tocca a lui, passa e il sensore suona. Il poliziotto lo fa tornare indietro, gli fa togliere la cintura, gli chiede se ha monete, ma lui, quelle, le aveva già posate. Il ragazzo si ritocca le tasche nervosamente, poi ripassa e suona ancora. Dietro di me sento brusio ma non riesco a togliere il mio sguardo da quel ragazzo. Lo vedo spaventato. Ricontrolla le tasche in modo agitato, le rivolta completamente e il poliziotto è lì, accanto a lui e lo rassicura con tono calmo e gentile, come se quel ragazzo fosse figlio suo. Gli sorride, lo fa ripassare e il sensore tace.

Ecco, tocca a me. Passo. A quel punto, quel ragazzo ed io siamo lì, insieme, a raccogliere i nostri effetti personali, cercando di fare in fretta per far spazio agli altri. Ci guardiamo veloci, poi, prendiamo strade diverse.

Mentre raggiungo il gate d’imbarco, mi torna in mente una riflessione scambiata con un papà qualche mese fa. Lo stavo intervistando per il blog di Genitori si diventa e mi raccontava la storia straordinaria che ha raccolto nel suo libro. Avevamo parlato anche di figli, somaticamente diversi, anche per il colore della pelle.

Quando i figli crescono

Dopo quella chiacchierata, più volte ho pensato al bambino con i ricci stretti stretti e il suo colore marrone lucente che oggi cammina per il mondo con mamma e papà, guardato con occhi gentili mentre è con la sua famiglia occidentale e a domani, quando diventerà uomo e farà la sua vita, magari lontano da casa. Viaggerà, prenderà il bus ecc. e chissà cosa leggerà negli occhi che andrà ad incrociare e che pensiero avrà di sé e del suo posto nel mondo.

Intanto, il mio volo è decollato. Dall’alto vedo terre punteggiate di luci; appare tutto così disteso, silenzioso. Eppure cosa sta accadendo tra le pieghe di questa terra? Si sentono sempre più fatti di cronaca, gesti e parole razziste, in una società dove si guarda la diversità come un qualcosa da tener a distanza, per paura, ignoranza ecc.

Non si può tacere

Si deve urlare al mondo il rispetto verso l’altro, chiunque sia e da ovunque lui provenga, l’uguaglianza e il valore della diversità come nutrimento per il futuro. Purtroppo, però, se penso al domani, al tempo che verrà, in cui i nostri bambini diverranno uomini e donne, realizzo che l’atmosfera che si respira oggi appare come una minaccia per l’umanità. Già oggi, adulti e bambini sono vittime di insulti e violenza, fisica e verbale, spesso per questioni di pelle. Non è più tollerabile!

Quel ragazzo all’aeroporto mi ha fatto pensare a quel domani. E ho pensato a quella gente sul bus, che se ha accanto un giovanotto scuro di pelle si stringe la borsa al petto e ad una donna che, qualche tempo fa in ospedale, vedendo entrare in sala d’attesa una famiglia di probabili origini straniere, con la bimba febbricitante, mi guardò e a voce alta disse “Non è per voi che sposto la borsa, ma sa con questa gentaglia non si sa mai“. Ricordo di averla guardata e di aver solo detto “Credo che questi signori, siano più signori di lei”.

Vedo un sistema troppo tollerante verso chi fomenta odio e rancore, che non condanna ma che troppe volte alimenta un sentimento che lacera e rompe equilibri.

Non mi piace!

Pensare

Penso a quel ragazzo in aeroporto, con la sua storia, qualunque essa sia, le sue passioni e i suoi sogni. Penso al suo zaino malconcio, spero non sia troppo pesante e sempre con un po’ di spazio libero, per arricchirsi di possibilità e incontri.

Penso al domani  che vorrei per mio figlio e per tutti i figli di questo mondo. Un domani libero da pregiudizi, in cui semplicemente si possa essere se stessi.

Agire

Non si può tacere!

Comments 4

  • Grazie… Con delicatezza e attenzioni ai particolari hai saputo raccontare il nostro quotidiano

  • Cara Sara, come ci racconti, quel poliziotto all’aereoporto rappresenta molti di noi, fortunatamente. Vede nel ragazzo colui che potrebbe essere suo figlio. Facendo quel lavoro, in quel luogo, ha familiarità con molte persone di etnia diversa. Forse a molti, basterebbe viaggiare di più, anche solo con la mente, ed aprire nuovi confini.

    • Sono d’accordo con te. Il viaggio apre gli occhi, apre confini, non solo quello in nuove terre, ma quello nella cultura, attraverso libri e non solo, nell’ascolto di storie e nei nuovi incontri.

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