La storia di adozione di mamma Danila: “Volevamo una famiglia”

Ho conosciuto mamma Danila sul web. Casualmente ci siamo ritrovate in una community di freelance e quando mi sono presentata, scrivendo di essere autrice di questo blog, ci siamo trovate ad avere più punti in comune. Così ho deciso di chiederle se era disponibile ad una chiacchierata virtuale, per raccogliere la sua testimonianza di mamma adottiva.

L’adozione? “La scelta più costruttiva che io abbia fatto”

Come definisci la vostra scelta adottiva?

Abbiamo deciso di adottare perché, come tante coppie, volevamo una famiglia. Con i metodi naturali i bimbi non sono mai arrivati ma non abbiamo mai voluto “forzare” la natura con altri interventi. Per cui la nostra scelta si è rivolta fin da subito all’adozione. Abbiamo sempre vissuto la maternità e la paternità ricercando il segno di ciò che stava accadendo, il messaggio di ciò che avveniva piuttosto che cercare la causa organica di una disfunzione. La definisco la scelta più costruttiva perché ho avuto la fortuna di diventare più me stessa proprio grazie alla piccolina che mi ha cambiata, ha tirato fuori la mia parte nascosta e mi ha insegnato ad amare davvero.

Dove vi siete adottati?

Durante il percorso adottivo avevamo scelto di andare in Mongolia. Avevamo appena dato mandato all’Ente ed eravamo in procinto di preparare i documenti. Il tempo di attesa che ci si prospettava era di circa tre anni dalla consegna dei documenti nel paese. Due giorni prima della firma del mandato ci hanno chiamato i servizi sociali per proporci un abbinamento in adozione nazionale. Questo è stato l’iter. In realtà io e lei ci siamo adottate molto più avanti di quel momento perché un bimbo adottivo prima ti deve entrare dentro (come se crescesse dentro di te) e poi viene ri-dato alla luce. Almeno, per me è stato così.

Mamma Danila ci racconta un aneddoto

Il giorno in cui ci chiamarono per proporci l’abbinamento io mi trovavo in auto con alcuni colleghi che non sapevano nulla del mio percorso. Ascoltai il messaggio al telefono senza far
trasparire alcuna emozione anche se avrei voluto urlare e saltare. Stavamo andando ad una tristissima riunione di lavoro dove ci avrebbero comunicato tagli del personale ed altre tragedie. Io mi ricordo che dopo quella telefonata partecipai alla riunione con un sorriso da ebete stampato in faccia mentre intorno a me regnava la tristezza. Non ricordo nemmeno di cosa si parlò! Due settimane dopo andai in maternità con grande scompiglio dei colleghi e dei capi.

La dimensione socio-culturale dell’adozione

Secondo te la cultura adottiva quanto è diffusa e in che termini?

Secondo me la cultura adottiva non è mai abbastanza diffusa e spesso fraintesa. Mi sembra che si considerino i genitori adottivi come dei missionari più che come persone che desiderano essere felici ed avere un figlio. Mi sono spesso sentita dire “Che bravi siete stati!” eppure io penso di aver adottato per una motivazione “interna”: desideravo un figlio, come tante mamme biologiche. Non volevo fare un atto caritatevole. Su questo punto secondo me c’è ancora da lavorare per far sentire che l’adozione può essere alla portata di più persone, di tutte quelle persone che vogliono sentirsi più compiute. Il volontariato è un’altra cosa. Non si adottano bimbi per fare un fioretto. Inoltre credo che ci sia molta disinformazione e procedure disomogenee. Ho avuto la fortuna di capitare nel tribunale “giusto”, quello di Torino, nel quale in sei mesi si attivano tutte le procedure e si chiude l’iter per la richiesta di idoneità. In altre parti d’Italia ci sono delle lungaggini inaccettabili che certo non invogliano a seguire un percorso del genere.

E poi mi pare che in giro si sentano solo le storie finite male. Storie di bambini restituiti e di genitori che non ce l’hanno fatta. Ci vorrebbero forse più storie vere… cioè storie di persone che fra salite e discese vivono la paternità e la maternità esattamente come i genitori biologici.

Non ultimo penso che gli scandali degli ultimi anni riguardo gli enti non abbiano certo invogliato la diffusione di una buona cultura adottiva.

Scuola e adozione

Conosci le linee guida per il diritto allo studio dei minori adottati a scuola?

No, non le conosco. Forse perché non ho mai avuto grossi problemi nell’inserimento a scuola. Non ho avuto bisogno di andare a cercare i miei diritti perché essi sono stati sempre rispettati. La mia fortuna è stata di vivere in un paese fatto di insegnanti e dirigenti scolastici intelligenti e preparati.

Hai un esempio virtuoso di come la scuola ha saputo accogliere tua figlia, con la sua storia e il suo bagaglio?

In seconda elementare, nel momento in cui si affronta la storia personale, la maestra di mia figlia mi ha contattata per saper se fosse un argomento che si potesse affrontare, se andasse bene la scheda che loro avevano pensato e come gestirla al meglio. E’ venuto fuori un bellissimo racconto nel quale mia figlia con fierezza ha raccontato ai suoi compagni di essere nata due volte, di possedere tante due prime volte ed è diventata l’idolo della sua classe. Abbiamo la fortuna di avere insegnanti in gamba che hanno saputo integrare e valorizzare la sua storia.

Scarica ora le Linee d’Indirizzo per favorire il diritto allo studio dei minori adottati.

Il documento del Miur è una guida utile per il benessere e per l’inclusione di tutti gli studenti a scuola.

Nell’attesa e nel post adozione

Cosa suggerisci a chi oggi è in attesa o ha appena incontrato il proprio figlio?

Suggerisco di prendersi cura della coppia. So che può sembrare un controsenso perché l’attenzione dovrebbe dedicarsi al piccolo/a. Magari si frequentano mille corsi di aggiornamento e condivisione con altre coppie. Eppure io credo che il percorso adottivo ti costringa a scavarti dentro, a mettere in discussione ogni tua certezza e quando il bimbo arriva è solo l’inizio di un nuovo percorso complesso e belloal tempo stesso. In questo cammino ciò che salva veramente tutto è l’unità della coppia, è il sapere di avere una direzione chiara, è il confronto continuo, il supporto che ci si da, il perdono delle debolezze e l’abbraccio nelle fatiche, la condivisione dei valori. Più la coppia è salda, più avvincente sarà la costruzione della storia con il proprio figlio. Quindi mai smettere di coltivarla, mai smettere di essere richiamo l’uno per l’altro a ciò che conta, mai smettere di parlarsi e abbracciarsi, perdonarsi e accogliersi.

Cosa pensi del periodo post adozione?

Noi siamo stati seguiti dai servizi sociali torinesi. Abbiamo seguito incontri mensili per la durata di un anno condividendo storie e difficoltà con altre coppie che avevano adottato nello stesso periodo. Mi sono trovata bene con loro e con le assistenti sociali e psicologhe. Anche sotto questo aspetto penso di non fare testo perché mia figlia non ha mai dato grandi problemi, quindi ci ha concesso di iniziare con meno fatica la nostra storia d’amore. In generale ho avuto la percezione che un po’ i problemi te li devi gestire in autonomia, come con un figlio biologico e che loro spingessero proprio in questa direzione. E forse, al di là del supporto necessario in certi casi, è proprio così.

 

 

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