Vite in movimento: imparare a lasciare andare per godersi il presente e guardare al futuro

Quello che stai per leggere è un dialogo tra me e la mia amica Heidi Heilegger. Ci siamo interrogate sui movimenti della vita e sul lasciare andare luoghi, persone, pensieri ed emozioni. Entrambe mamme, abbiamo parlato dei nostri figli che crescono e che – attraverso le loro prime (e diverse) esperienze di vita – stanno imparando giorno dopo giorno a fare tesoro del presente e ad aprire il loro sguardo al futuro.

Alcune sere fa al telegiornale hanno detto che la Lombardia sarebbe diventata zona arancione, ma non arancione rinforzata, e che quindi le scuole sarebbero rimaste aperte. Anand si è concesso un sospiro di sollievo (neanche me ne ero accorta, a dire il vero, che fosse rimasto con il fiato sospeso). <<Evvai che lunedì si va a scuola>> ha esclamato con un entusiasmo che mi ha preso in contropiede. Perché non me lo aspettavo. Anand, lo sai, è davvero un bravo ragazzo, senza concessioni alla retorica ed in totale franchezza, posso dirti anzi che è una gioia per me essere sua mamma, ma con altrettanta sincerità riconosco che studiare – per usare un eufemismo –  non è esattamente nella top ten delle sue passioni. E alla luce delle sue fatiche negli apprendimenti ne ha peraltro tutte le ragioni. Quindi, sebbene in classe sia il classico compagnone che va d’accordo con tutti, capirai come la sua uscita euforica abbia suscitato in me un certo sospetto. Così, dopo cena, ho indagato. <<Non immaginavo che ti piacesse così tanto andare a scuola>>, ho esordito. <<Non è quello, mamma>> ha attaccato lui rassicurandomi sul fatto che il timore che un alieno avesse preso possesso di mio figlio era fortunatamente infondato: dopotutto quello che avevo davanti a me era ancora il mio ragazzino dallo sguardo malandrino che iniziava a fare il conto alla rovescia per le vacanze di natale già da fine settembre. <<È solo che l’anno scorso è stato troppo brutto finire la quinta così, senza neanche poter rivedere i miei compagni – e ha continuato – sai, quando una cosa finisce, bisogna almeno potersi salutare>>.

Sbam. La sua frase mi ha colpito con la forza dirompente di una rivelazione. Lui neanche se ne è accorto e ha ripreso a giocare tutto tranquillo con il tablet. Per me, invece, è stato inevitabile collegare questa considerazione con quanto ci eravamo dette io e te solo qualche giorno fa, davanti ad una tazza di cioccolata fumante (tisana nel tuo caso), separate dallo schermo del computer, ma unite da quella intimità che riescono a creare le parole quando sono autentiche. Ho ripensato a quello che mi hai raccontato di Mattia, alla sua fatica – a volte – di lasciare luoghi e persone. È una difficoltà che Anand non ha mai avuto. Ricordo ancora la disinvoltura con cui si è lasciato alle spalle l’istituto di Mumbai dove aveva vissuto per tutti i sei anni della sua piccola vita per avventurarsi in un mondo sconosciuto con due perfetti estranei che gli era stato detto di chiamare mamma e papà. Lo vedevo chiaramente dai suoi occhi che era disorientato, che gli mancavano le coordinate per orientarsi in una vita tanto più complessa di quella a cui era abituato, eppure restava saldamente ancorato al presente, apparentemente insensibile alle sirene della nostalgia né tentato di rifugiarsi in un passato che, come tale, gli avrebbe almeno assicurato il conforto che regala sempre ciò che è conosciuto persino quando non ci piace o ci va stretto.

Sai, Heidi, tante volte mi sono fermata a pensare alla fatica di lasciar andare. Lasciare luoghi e persone. Tante volte ho pensato a quando Mattia non voleva venir via dall’asilo, dal parco, dalle feste, da casa dei nonni e a quante volte la mia mente veniva attraversata dal pensiero di una connessione tra quella fatica e la sua storia. Solo con il tempo ho iniziato a chiedermi <<Ma è davvero così? Ma in fondo io cosa ne so della paura della perdita?>> Che ne so di cosa lascia sotto pelle, se lascia tracce, memoria? >> Certo è mio figlio, lo conosco bene e so riconoscere alcune sue paure, posso vederne gli inneschi, come quella che ogni tanto ritorna, quella di abbandonarsi al sonno della sera, lasciando il certo per l’incerto. Ma quante volte con i nostri pensieri e le nostre ansie di genitori influenziamo l’agire dei nostri figli?

Con il tempo ho imparato a chiedermi come vivo io il lasciare luoghi e persone e cosa trasmetto a lui con il mio agire e con le mie emozioni. Pensa che io dopo aver salutato gli amici con cui ho appena trascorso del tempo, spesso mando loro un messaggio, per congedarmi con una parola (o qualcuna in più) , per ringraziare del tempo insieme, per sfumare quell’arrivederci.

Incredibile, Sara, succede la stessa cosa anche a me. Anzi, a differenza di mio figlio ti confesso che per me è, invece, piuttosto difficile abbandonare la mia comfort zone. Lo so, dall’esterno, vedendomi così curiosa ed a tratti spregiudicata, non sono in molti ad immaginarlo, ma ogni volta che lascio il noto per l’ignoto, c’è sempre un momento in cui vengo colta da un senso di vertigine, uno spaesamento che mi fa venire voglia di rinunciare. Sono però fermamente convinta che bisogna sempre fare le cose che ci fanno paura. Quindi, ogni volta, mi armo di coraggio e come un funambolo in erba accetto la sfida di sbilanciarmi per poter ricostruire un nuovo equilibrio. In Anand non ho mai trovato traccia di un’analoga fatica. Fin da piccolo, il suo innato pragmatismo gli suggeriva che visto che non c’è nulla che sia destinato a durare, o comunque non se ne può avere mai la certezza, tanto vale limitare il nostro investimento emotivo. All’asilo i suoi compagni non li chiamava mai per nome, ma genericamente bambini. <<Con chi hai giocato oggi?>> lo incalzavo io, e lui, serafico, <<con un bambino>>. Se gliene chiedevo il nome, si stringeva laconicamente nelle spalle. Ho sempre sospettato che questa reticenza celasse qualcosa di più di una fatica linguistica o di memoria (anche se, lo sai, tenere dei nomi a mente per lui è una difficoltà reale). Era il suo modo di difendersi dal rischio di vedere disattese le sue aspettative, di soffrire. Gradualmente questo suo atteggiamento è andato però modificandosi. Con il tempo ha imparato che nel mare caotico della sua nuova vita noi genitori c’eravamo sempre, due stelle polari a volte più smarrite di lui, ma che non declinano mai la sfida di provare ad accompagnarlo alla scoperta del mondo. Non so esattamente quando, ma è accaduto che abbia iniziato a chiamare i suoi compagni per nome, alcuni addirittura con un nomignolo. Tornava a casa e mi raccontava degli aneddoti, mi diceva della sensibilità dell’uno o dell’irruenza di un altro. Ad un certo punto credo che abbia semplicemente capito che non doveva sempre e solo adattarsi di buon grado, con il piglio paziente di chi si sa provvisorio, ma poteva scegliere quali legami coltivare con la stessa fiducia del contadino che scommette sul raccolto senza ignorare la minaccia della grandine. Anche se ha mantenuto la sua indole solare, che, là dove è possibile, lo induce a risolvere una disputa con un sorriso, ora Anand sa che ciascuno di noi è unico così come uniche sono le relazioni che intrecciamo nel nostro percorso di vita e quelle relazioni, anche se c’è un prezzo da pagare, vale sempre la pena viverle. Come la Volpe del Piccolo Principe di Saint Exupery ha insomma accettato di lasciarsi addomesticare e, proprio come la Volpe, nel momento dell’addio, ha sofferto. Ricordo la sua ultima lezione on line (la ricordo perché, quella volta, non ho resistito alla tentazione di rannicchiarmi dietro la porta della sua cameretta per ascoltare): era iniziata in un clima euforico, di frizzante attesa ed era finita tra lacrimoni e dichiarazioni di affetto eterno e poco importa se nuove amicizie avrebbero presto preso il posto di quelle che, in quel momento, gli sembravano insostituibili. Il fatto che qualcosa finisca non ne pregiudica la bellezza, anzi paradossalmente quella fine, per quanto dolorosa, si rivela necessaria perché apre a nuove possibilità.

Leggendoti, mi diventa sempre più chiaro quanto il lasciar andare luoghi e persone, riguardi molto le risorse che noi tutti ci portiamo dentro, quelle che ci aiutano ad affrontare i momenti e i cambiamenti più importanti. Penso a Mattia che ha cambiato scuola tra la prima e la seconda elementare, a quanta fatica abbiamo fatto noi – mamma e papà – nel prendere la decisione definitiva, pur essendo convinti che era quella giusta. Temevamo che avrebbe sofferto tanto nel lasciare i suoi compagni e nel ricominciare altrove. Oggi – invece – posso dirti che, non solo lui ha reagito molto bene al cambiamento, ma che quando ha appreso la notizia, l’ha accettata, pur non nascondendo quel po’ di tristezza che sentiva dentro. Noi abbiamo accolto il suo stato d’animo, facendogli un po’ da cuscino. Credo che quello sia stato il modo giusto per accompagnarlo e ora – a distanza di quasi un anno – sapere che ha molto legato con i suoi nuovi compagni e con alcuni in particolare, vederlo contento di andare a scuola, è una gioia. Ho notato una cosa quando all’uscita fanno ancora qualche corsa insieme, cercando di tenersi stretto quell’attimo di gioco prima di salutarsi. Mi dico, prima di andare, basterebbe un “ciao” generale, eppure lui corre a salutarli uno ad uno, andando loro vicino per guardarli negli occhi, aspettando di incontrare il loro sguardo, di starci quel tempo che – seppur breve – custodisce un contatto, l’ultimo prima di rivedersi l’indomani.

D’altra parte, giusto per restare nell’ambito delle citazioni – come spiega magistralmente Anthony Hopkins in quel bellissimo film che è “Viaggio in Inghilterra” (lo hai visto? Se no devi assolutamente guardarlo) – il dolore di oggi è il prezzo della felicità di ieri. La fatica che avvertiamo nel separarci dalle persone che amiamo o dai luoghi dove siamo stati bene – a proposito ti ricordi del nostro aperitivo bucolico, a sorseggiare un fantastico rosé davanti ad un lago fiorito di ninfee? In quel posto dobbiamo tornarci prima o poi – è direttamente proporzionale al nostro investimento emotivo. Come canta Michele Bravi (e niente oggi parlo, e scrivo, per citazioni)

…è l’amore che ci salva dalla ferita del mondo.

Solo che per capirlo, ed accettarlo, ci vuole tempo.

Alle tue citazioni ne aggiungo una di Marcel Proust, la mia preferita:

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

Sai, il viaggio è una metafora che amo particolarmente, perché penso che crescere insieme, genitori e figli, sia una continua scoperta, è un andare avanti insieme, stando nel presente e guardando al futuro, facendo tesoro della bellezza degli incontri lungo la via, delle persone, degli intrecci di vita. È proprio come dici tu, la differenza sta nell’investimento emotivo. A proposito, anche io spero di poter tornare presto a quel lago fiorito di ninfee e trascorrere un po’ di tempo lento insieme, chiacchierare e giocare con il frisbee come l’ultima volta, circondate dai colori meravigliosi di una natura che vive il suo tempo, nel suo presente. E – poi – con le persone con cui si sta bene, rivedersi è sempre come riprendere da dove ci si è lasciati l’ultima volta. Anche questa è una piccola meraviglia che si scopre strada facendo, con il tempo. Lasciando persone e luoghi con tutto il carico di emozioni che porta. La scoperta – credo – sia anche nel viverle in tutta la loro intensità.

( Testo scritto da Heidi Heilegger e Sara Leo)

Con Heidi condivido la passione per la scrittura e la cura nella scelta delle parole. Ho il piacere di segnalarti la sua pagina Facebook “Ad un secondo sguardo” per continuare a leggere quanta bellezza c’è nelle sfumature della vita.

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